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4 novembre 1918-2018 Cento anni dalla fine della grande guerra

di Achille Lucio Gaspari

4 novembre 1918-2018 Cento anni dalla fine della grande guerra

Le premesse della Triplice Alleanza.

Nel 1861 l’Italia aveva raggiunto la sua unità, ma mancava una intera regione, il Veneto passata agli austriaci con il trattato di Campoformio. La Prussia intanto si sviluppava rapidamente dal punto di vista culturale, economico, industriale e militare. Presto sarebbe diventata la Grande Germania. L’Italia approfittò di questo espansionismo prussiano che per ora si dedicava al Centro Europa (ma nel 1870 avrebbe pesantemente sconfitto la Francia ponendo fine al regno di Napoleone III°) stipulando una alleanza politico militare, ed entrambe le nazioni dichiararono guerra l’Austria. Al contrario di quanto accadde nel 1940, questa volta l’alleanza con i tedeschi funzionò molto bene. Nonostante le sconfitte italiane a Custoza sulla terra e a Lissa sul mare, la vittoria prussiana a Sadowa pose fine vittoriosamente alla guerra. Nel trattato di pace fu stabilito che il Veneto sarebbe passato alla Prussia (gli austriaci non si ritenevano sconfitti dall’Italia) e quest’ultima lo avrebbe consegnato all’Italia come infatti avvenne.

 

La triplice alleanza

Fortunatamente le nazioni dopo grandi tensioni e contrasti sanno trovare, molto di più dei singoli uomini in particolar modo se parenti, punti di incontro su comuni interessi. Prussia ed Austria trovarono convergenze di interessi e stipularono una alleanza politica e militare. L’Italia fu in qualche modo trascinata dalle decisioni della Germania; aveva bisogno di una sicurezza ai propri confini ed entrò in questo consorzio di nazioni che si costituì come Triplice Alleanza. L’Italia infatti, ultima delle nazioni europee cominciò a coltivare interessi coloniali in Africa, in Somalia, in Eritrea e in Libia. Dopo le sfortunate e mal organizzate spedizioni che si conclusero con le sconfitte di Adua e di Dogali, le cose andarono meglio nella guerra Italo –turca, che fruttò la conquista della Libia e delle isole del Dodecaneso. L’Austria non era un paese di cui fidarsi molto. Quando nel 1908 si verificò l’immane sciagura del terremoto di Messina e Reggio Calabria che causò oltre ottantamila morti, molte forze dell’Esercito Italiano furono spostate al Sud per portare soccorsi. Venne allora in mente al generale Conrad, capo di stato maggiore dell’esercito austriaco, di attaccare di sorpresa per riprendersi il Veneto e magari qualche cosa di più. I piani militari erano pronti da tempo, ma l’imperatore Francesco Giuseppe non autorizzo l’iniziativa di Conrad nel timore che ad un insuccesso si sarebbe aggiunto il biasimo internazionale. La Triplice Alleanza era una alleanza anche militare che obbligava i contraenti ad entrare in guerra se uno di essi avesse subito una aggressione. Non era previsto un simile automatismo nel caso il conflitto fosse determinato dall’azione di una delle potenze contraenti.

 

La deflagrazione del conflitto e la neutralità italiana.

L’episodio di Sarajevo verificatosi il 28 giugno 1914 che causò l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando erede al trono dell’Austria e di sua moglie Sofia per mano del terrorista bosniaco Gavrilo Princip , suscitò una grave tensione tra Austria e Serbia perché gli austriaci ritennero che l’atto terroristico fosse stato deciso e pianificato in Serbia. L’Austria presentò una richiesta-ultimatum alla Serbia; quasi tutte le richieste furono accolte, ma non essendoci stata una capitolazione totale l’Impero Asburgico si apprestò a compiere una azione militare contro la Serbia. La Russia, tradizionale alleata dei Serbi mobilitò l’esercito a scopo di minaccia. All’epoca la mobilitazione militare era una operazione complessa che richiedeva circa un mese. Un esercito pronto al combattimento avrebbe potuto prevalere facilmente contro un avversario impreparato. Per questa ragione mobilitarono anche la Germania e l’Austria e in conseguenza di questo mobilitò anche la Francia. I regnati che erano tra di loro cugini (gli imperatori di Austria e Germania, lo Zar della Russia e il Re d’Inghilterra) non erano intenzionati a farsi guerra e non lo erano neanche i rispettivi governi; i militari però presero la mano a tutti e fecero precipitare le cose fino alla guerra che la Germania dichiarò alla Russia il primo Agosto. Seguirono le dichiarazioni incrociate di Austria, Francia e Inghilterra. Il 3 Agosto l’Italia dichiarò la sua neutralità. Poiché la guerra era stata scatenata dall’Austria e dalla Germania l’Italia non aveva alcun obbligo statutario di intervenire e un intervento a fianco degli imperi centrati non era neanche nei suoi interessi.

 

I dieci mesi di neutralità dell’Italia.

Molte forze politiche in Italia erano contro un qualsiasi tipo di intervento e auspicavano un mantenimento della neutralità. I socialisti sostenevano che si trattava di una guerra scatenata da interessi capitalistici ed era contro le aspettative del proletariato operaio e contadino. Tranne l’eccezione di alcuni socialisti riformisti come Leonida Bissolati, questa posizione si mantenne anche durante il conflitto con una intensa propaganda disfattista. Anche successivamente alla conclusione vittoriosa della guerra queste posizioni non solo non mutarono ma si fecero più violente. Mio nonno Ettore mi raccontò di aver assistito a questa scena nel 1919. Un grande invalido, mutilato ed insignito di medaglia d’oro era seduto ad un bar in quella che è oggi la Galleria Alberto Sordi a Roma. Due socialisti lo insultarono, lo fecero oggetto di sputi e infine lo aggredirono scaraventandolo a terra. E questa manifestazione di intolleranza non era l’eccezione ma anzi la regola del comportamento dei socialisti. Gran parte dei cattolici e soprattutto le gerarchie erano contrari alla guerra. Questo atteggiamento era in parte motivato da un sentimento di pacifismo insito nella dottrina, ma anche nella ancora non digerita annessione di Roma all’Italia e alla fine del potere temporale dei Papi. Da questo stato d’animo derivò che alcuni cappellani militari dei gradi più elevati, durante il conflitto si prestarono a svolgere attività di spionaggio in favore della corona austriaca. Posizioni favorevoli al neutralismo furono espresse anche dal gruppo di liberali che faceva capo a Giolitti il quale ebbe a dire che con la neutralità l’Italia avrebbe potuto ottenere parecchio. Le rivendicazioni dell’Italia erano ben conosciute; con i nomi di Trento e Trieste si intendeva dire che si voleva portare il confine al Brennero ed ottenere il controllo di tutta l’Istria fino al golfo del Quarnaro già indicato da Dante come territorio italiano e definito come il luogo “dove il dolce si suona” Trattative in effetti furono stabilite con l’Austria durante gli ultimi mesi del 1914 e i primi del 1915. In cosa consisteva questo parecchio di Giolitti? Trento, ma non il confine al Brennero; Gorizia ma non Trieste che sarebbe stata costituita in città libera. Queste erano le concessioni che il regno asburgico era disposto a fare, ma solo dopo la vittoriosa conclusione della guerra. Tra gli interventisti c’erano i nazionalisti che consideravano questa come la quarta guerra di indipendenza conclusiva del Risorgimento, i futuristi che consideravano la guerra come “sola igiene del mondo” capace di eliminare i parassiti, di far affermare i super uomini e di dare una spinta decisiva al progresso. I più equilibrati erano i liberali che valutavano come inaffidabili ed inaccettabili le proposte dell’Austria e quindi il Governo Italiano stipulò a Londra il 26 aprile 1915 un patto con Francia, Inghilterra e Russia per una guerra comune contro gli imperi centrali, dopo aver stabilito le proprie rivendicazioni. Il patto era segreto; bisognava preparare l’opinione pubblica e in qualche modo anche i deputati che avrebbero dovuto ratificarlo. Il prestigio e le capacità oratorie di D’Annunzio furono determinanti. Il 4 maggio, dallo scoglio di Quarto dove in quella stessa data era partita la Spedizione dei Mille il poeta tenne un memorabile discorso. Altro discorso D’Annunzio tenne a Roma il 17 maggio, tra gran concorso di pubblico sulla scalinata dell’Araceli. Esortò i presenti ad andare a Piazza Montecitorio per impedire l’ingresso alla Camera ai deputati contrari all’intervento e a conclusione sguainò un sciabola che disse essere appartenuta a Nino Bixio. Il sole del tramonto romano illuminò la lama con i suoi raggi rossi, scatenando l’entusiasmo dei presenti

 

Il 24 maggio 2015 l’Italia entra in guerra.

Lo sforzo bellico richiesto all’Italia fu impressionante. Si trattava di equipaggiare, addestrare e mettere in campo quasi cinque milioni di uomini- Furono necessari migliaia di cannoni e di bombarde; decine di migliaia di mitragliatrici, milioni di munizioni. La marina venne potenziata; anche se non ancora costituita in arma autonoma l’aviazione fece la sua comparsa sui campi di battaglia. Si dovette organizzare una efficiente sanità militare con ospedali da campo, ospedali militari e centri di riabilitazione per i mutilati. Un esercito che prima si muoveva a piedi e a cavallo fu motorizzato con motociclette, automobili, camion ed entrarono in linea le prime autoblinda armate. Era una guerra totale e l’impegno della Nazione fu totale. L’apparato industriale si ampliò e si rimodernò; le donne sostituendo gli uomini nelle fabbriche e nei campi svolsero un ruolo fondamentale che fu loro riconosciuto nella società in modo ampio.

Il punto dolente era costituito dalla mentalità antiquata dello stato maggiore, dalla mancanza di un moderno metodo di addestramento e dalla scarsa considerazione per le privazioni, le sofferenze e l’incolumità dei soldati. Il fronte si estendeva per seicento chilometri, dallo Stelvio al mare. L’esercito assunse uno schieramento offensivo, ma non essendo possibile avanzare sulle Alpi il piano strategico fu di avanzare lungo la direttrice delle valli slovene in direzione di Lubiana. Dopo alcune limitate avanzate, così come si era verificato sul fronte occidentale, i due eserciti si impantanarono in una guerra di trincea. Cadorna, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, legato a concezioni antiquate, decise per una guerra di logoramento dell’esercito austro-ungarico programmando dal maggio 15 all’agosto 17 ben undici spallate sull’altipiano carsico, ciascuna delle quali costò un numero impressionante di morti e di feriti con limitatissimi vantaggi territoriali. In pratica si ottenne solo la conquista della città di Gorizia e dell’Altipiano della Bainsizza. Terribili erano le condizioni di vita dei soldati di fanteria nell’umido delle trincee, tormentati dai topi e dai parassiti. Eroici gli sforzi degli Alpini che trascinarono pesanti pezzi di artiglieria fino a tremila metri di quota, e che pagarono un prezzo elevatissimo in vite umane per conquistare o difendere una vetta; e quando non era il piombo nemico a falciare questi valorosi soldati era il freddo, la tormenta e le valanghe. Le bellissime canzoni che nacquero in questo periodo parlano di sacrificio, di amore per la patria, ma anche per la mamma e la fidanzata lontana. Sentimenti semplici e veri che ancora ci commuovono quando li sentiamo evocati dai cori degli alpini. Nel 1916 Conrad scateno una grande offensiva nel Trentino con l’obbiettivo di conquistare le valli di pianura. Questa offensiva ebbe il nome in codice di”Straffexpedizion” ciò è spedizione punitiva . Una bella faccia tosta da parte di chi ci rinfacciava di aver cambiato alleanza, mentre in tempo di pace si preparava ad attaccare di sorpresa l’alleato. Ma la punizione la presero loro e ad infliggerla furono le divisioni alpine

 

Caporetto e la battaglia di arresto

Caporetto è un nome che evoca ancora oggi un sentimento di disfatta irreparabile, ma le cose non andarono in modo totalmente disastroso. Quali le cause della sconfitta? In un comunicato stilato il 28 ottobre 1917, fatto poi modificare dal Governo, Cadorna attribuisce tutta la colpa alla viltà dei soldati e alla propaganda disfattista dei socialisti. Se si guardano le cifre brute i fatti sembrano dargli ragione. La Seconda Armata,la nostra armata, più potente forte di novecentomila uomini fu annientata. Trecentocinquantamila prigionieri, quattrocentomila sbandati, ma solo undicimila morti; l’armata quindi non aveva combattuto e risponde al vero che alcune compagnie si arresero senza sparare un colpo al grido di “viva l’Austria”

L’attacco nemico fu sferrato dalla XIV armata austro tedesca al comando del generale Otto Von Bulow. Il piano operativo era stato ideato dal suo Capo di Stato Maggiore generale Kraf Von Demelsingen. La operazione consisteva nel radunare il grosso delle forze nella conca di Tolmino e Plezzo, sfondare verso Caporetto attraversando l’Isonzo e spingersi verso la pianura veneta. I battaglioni erano ben addestrati e potentemente armati; avevano inoltre goduto di due mesi di riposo. Nella organizzazione tedesca i reparti avevano una notevole autonomia decisionale sotto il comando di ufficiali giovani e ben preparati. Diversa era la situazione italiana. I reparti si erano logorati nella conquista dell’altipiano della Bainsizza avvenuto in agosto. Niente riposo e scarsi reintegri. Le riserve erano tenute molto lontano dalle prime linee. Gli ufficiali erano patrioti entusiasti ma carenti di preparazione; la dotazione di mitragliatrici non era abbondante. Non ci fu alcuna sorpresa come lo Stato Maggiore volle far credere. I nostri servizi di spionaggio che erano molto efficienti, avvertirono sin dall’inizio di settembre che una grossa offensiva era in preparazione, e via via che i giorni passavano, anche con le informazioni ottenute da numerosi disertori il piano fu completamente svelato. Si conosceva il luogo e la data dell’attacco, che era stata stabilita per il 24 ottobre. Note anche le modalità: violento attacco di artiglieria dalle due della notte anche con granate a gas, e poi attacco rapido lungo le valli trascurando i caposaldi in quota che vistisi accerchiati sarebbero caduti da se. Tra i più intraprendenti in questa azione di infiltrazione che lo portò a conquistare rapidamente anche Lavarone fu un giovane tenente Erwin Rommel che pubblicò nel dopoguerra un libro di successo “fanterie all’attacco” dove spiegava i nuovi principi della guerra di movimento. Principi che poi adottò nella seconda guerra mondiale al comando della VII divisione corazzata in Francia e al comando dell’Africa Corp. in Libia.

Il generale Capello, comandante della seconda Armata, al corrente di tutto, era convinto di poter arrestare facilmente l’offensiva e poi con un contrattacco poderoso sfondare le linee nemiche, incamminarsi verso Vienna e vincere da solo la guerra. Per questa ragione, senza ascoltare le raccomandazioni di Cadorna che gli ordinava di assumere una disposizione difensiva, mantenne invece la disposizione offensiva dell’armata, avanzando i grossi calibri di artiglieria con l’ordine di non rispondere al fuoco di distruzione ma agire quando le fanterie avversarie fossero passate all’attacco. Il fuoco avversario distrusse le linee di comunicazione, l’attacco con i gas asfissianti fece molte vittime e quando le fanterie sbucarono dalla fitta nebbia era ormai troppo tardi per un efficace fuoco di artiglieria. Il generale Badoglio, comandante del XXIV corpo d’armata avrebbe dovuto svolgere un ruolo difensivo determinante, invece fu del tutto latitante e fu uno dei maggiori responsabili della sconfitta. Riuscì però a nascondere le sue responsabilità. Nei verbali della Commissione Parlamentare d’inchiesta istituita dalla Camera dei Deputati per appurare le responsabilità del disastro, i fogli che trattano del suo ruolo risultano strappati. Mussolini lo nominò successivamente capo di Stato Maggiore e il re Vittorio Emanuele II addirittura Capo del Primo Governo Post Fascista!

Nel pomeriggio del 24 molti reparti austro tedeschi avevano già attraversato l’Isonzo, e le truppe di riserva che arrivavano dopo marce estenuanti si trovavano le strade ingorgate da soldati sbandati che si ritiravano abbandonando le armi. In questo caos fino al 27 ottobre gli alti comandi non si resero conto della gravità del cedimento del fronte. E’ evidente che soldati provati da tante perdite, circondati, senza ordini, con i comandi di divisione e di corpo d’armata abbandonati dai responsabili, non potevano far altro che arrendersi, ritenendo che essendo per loro finita la guerra avevano ottenuto di salvare la vita. Non si immaginavano la spaventosa realtà dei campi di prigionia austriaci dove tantissimi trovarono la morte per la fame e per le malattie. Dopo una fase di grave confusione Cadorna recuperò il suo sangue freddo e trasformò la rotta in una ritirata organizzata. Nel frattempo ci fu una riunione del Comando Interalleato; l’Italia richiese la restituzione di alcuni gruppi di artiglieria inglese che erano in servizio sul fronte italiano ed erano stati ritirati in agosto. Ma non ne ottenne la restituzione. Chiese anche che alcune divisioni franco-inglesi fossero spostate sul fronte italiano per portare soccorso ma la risposta fu che la situazione era troppo rischiosa per gli alleati. Bisognava prima stabilizzare il fronte e poi la cosa poteva essere discussa. Consigliarono di ritirarsi fino almeno all’Adda se non al Mincio per difendere Milano. Cadorna aveva invece approntato una linea di difesa dal Grappa al mare accorciando la lunghezza del fronte di quasi metà lunghezza. Poté così sopperire alla mancanza della seconda armata, salvando tutte le altre armate che si ritirarono senza subire perdite; preziosa fu l’azione di rallentamento dell’avanzata nemica messa in atto dalla III armata al comando di S.A.R. il Duca di Aosta che assunse il compito di difendere la linea del Piave. L’avanzata nemica si arrestò contro la barriera creata sul monte Grappa e sul Piave; quegli stessi soldati tacciati con faciloneria da Cadorna di viltà, difesero con coraggio ed eroismo il nuovo fronte. Ignote mani vergarono su muri diroccati le frasi “meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora” e “tutti eroi, o il Piave o tutti accoppati” Fu richiamata anche la classe del 99 e i ragazzi diciassettenni in prima linea furono tra i più determinati e coraggiosi. Le canzoni “monte Grappa tu sei la mia patria” e “il Piave mormorò” nate in quei giorni ci trasmettono tuttora una forte emozione.

 

Gli atti di eroismo e la riscossa

Numerosissimi furono gli atti di eroismo e tante le medaglie al valore assegnate. Comincerei col ricordare Cesare Battisti, Fabio Filzi e Nazario Sauro. Italiani nati in territorio italiano occupato dagli austriaci, disertarono l’esercito imperiale e si arruolarono in quello italiano per contribuire a redimere le loro terre natali. Presi prigionieri e sottoposti ad un processo farsa furono condannati a morte per impiccagione. Affrontarono il loro destino con coraggio. Gli austriaci filmarono le esecuzioni e ne diffusero i filmati come monito. Le macabre immagini mostrano la fermezza e determinazione di quegli eroi e ricoprirono di vergogna e di vituperio quanti avevano preso la decisione di infliggere quell’ingiusto supplizio e di mostrarlo. Gli alpini si coprirono di gloria sulle vette dei monti e non meno coraggiosi si mostrarono i bersaglieri, autori di imprese incredibili come quella della conquista del Monte Nero. Oggi tutti gli eserciti hanno delle truppe speciali in grado di compiere missioni quasi impossibili. I primi ad organizzare una simile forza furono gli Italiani che crearono il corpo degli Arditi. Innumerevoli gli episodi guerreschi eroicamente portati a termine da questi militi che erano contraddistinti dalle Fiamme Nere sulle mostrine; andavano all’assalto con pugnale e bombe a mano perché quasi sempre i loro assalti venivano combattuti corpo a corpo. Grande fu il contributo degli aviatori, per tutti vale ricordare il Capitano Francesco Baracca pilota di caccia che si fregiava di 34 vittorie. Fu ucciso da un colpo di fucile mentre mitragliava a bassa quota le trincee nemiche durante la battaglia del solstizio. Il cavallino nero, rampante in campo giallo che adornava il suo velivolo (era un ufficiale di cavalleria), fu dalla madre dato in dono ad Enzo Ferrari; ancora oggi galoppa sulle rosse di Maranello e spesso vince. Anche la Marina contribuì in modo sostanziale. Luigi Rizzo al comando di un MAS (un motoscafo veloce armato di siluri) attaccò da solo una intera squadra navale austriaca affondando in due episodi diversi le corazzate Wien e Santo Stefano. Un decreto reale dovette modificare una legge che impediva di attribuire ad un soldato più di tre medaglie al valore per potergli tributare oltre ad una di bronzo, una d’argento ed una d’oro una seconda medaglia d’oro. Il grande professore di chirurgia, dalla cui scuola indirettamente derivo, Raffaele Paolucci, da giovane ufficiale medico mise a segno una impresa straordinaria. Fu infatti il primo sommozzatore a portare a termine una azione d’attacco penetrando in un porto nemico; dopo una nuotata di sette ore violò il porto di Pola trascinandosi dietro una mina con cui affondò la corazzata Viribus Unitis ,le cui ancore ornano ancora oggi il Ministero della Marina a Roma. Ne dimenticheremo il nostro conterraneo, Capitano di Corvetta Andrea Bafile che con i suoi marinai combatté a terra per difendere la linea del Piave e perse la vita per salvare i suoi uomini rimasti circondati su una isoletta del fiume. Le sue spoglie riposano in una grotta della Maiella Madre che guarda verso l’azzurro del mare. La propaganda è sempre stato un mezzo molto importante in pace e in guerra. Nessun paese belligerante ebbe un personaggio del calibro di Gabriele D’Annunzio che con le sue imprese in mare come la beffa di Buccari ,e in aria come il volo su Vienna sostenne il morale delle nostre truppe e depresse quello dei nemici.

Nella primavera avanzata del 1918 le risorse degli imperi centrali erano alla fine. Un ultimo grande sforzo per vincere la guerra fu fatto dalla Germania sul fronte occidentale e dall’Impero Austro-Ungarico in Italia. Il quindici giugno gli asburgici scatenarono una grande offensiva in montagna e sulla linea del Piave dove riuscirono in qualche punto a varcare il fiume e a costituire alcune teste di ponte che furono però annientata nel giro di una settimana. Ci fu una stasi delle operazioni durante la quale entrambi gli eserciti si prepararono al confronto definitivo.

 

La battaglia di Vittorio Veneto e la vittoria

A conclusione della ritirata sul Piave, Cadorna fu sostituito nel ruolo di Comandante Supremo da Armando Diaz e al Governo Salandra subentrò il Governo presieduto da Vittorio Emanuele Orlando. La collaborazione tra Governo e Stato Maggiore Generale rafforzò sia l’esercito che il fronte interno. La produzione industriale bellica raggiunse volumi mai visti prima in Italia e il morale dell’Esercito si rafforzò; nessuno dubitava più della vittoria. Determinante fu il contributo del re Vittorio Emanuele III che secondo lo statuto albertino era il capo supremo delle forze armate. Lo si vide spessissima al fronte, ma il contributo più importante lo diede nelle conferenze con gli alleati dove seppe far valere le posizioni politiche della Nazione. Non sorprende quindi che nella battaglia del solstizio la vittoria arrise ai nostri colori. Ora si trattava di concludere la guerra. Diaz riteneva che la battaglia finale si sarebbe svolta nella primavera del 1919, ma il presidente Orlando, nel timore che un improvviso crollo della Germania e quindi un inaspettato armistizio ci potesse cogliere con le truppe nemiche sul nostro territorio, non fidandosi affatto delle posizioni che gli alleati avrebbero assunto al tavolo della pace, esortò Diaz a passare all’offensiva il più presto possibile. Il Comando Supremo decise che l’attacco sarebbe iniziato il 24, ottobre, anniversario dello sfondamento di Caporetto. Il piano era di far attaccare sul Grappa e sul Montello la IV armata del generale Giardino in modo da richiamare sul luogo le riserve schierate dietro il Piave dove si sarebbe verificato l’attacco principale con direttrice Vittorio Veneto. Le cose sembravano mettersi male; sui monti gli austriaci resistevano con tenacia e le perdite erano pesanti da entrambe le parti. Il Piave in piena aveva travolto i ponti di barche lanciate dai genieri. Il 27 la situazione cominciava a migliorare su tutta la linea quando arrivò da parte degli austriaci una proposta di armistizio di questo tenore. Le ostilità si sarebbero immediatamente interrotte e gli italiani avrebbero permesso all’esercito austriaco di ritirarsi indisturbato fino alle posizioni occupate il 23 maggio 1915. Quando la proposta fu resa nota allo stato maggiore la risposta di Diaz fu l’ordine di intensificare il fuoco di distruzione di tutte le artiglierie. Il 28 ottobre la linea austriaca cedette di schianto e iniziò una velocissima avanzata delle nostre truppe spesso precedute da reparti di cavalleria; i nemici lasciavano nelle nostre mani decine di migliaia di prigionieri ed enormi quantità di armi e di materiali. Il giorno trenta si presentarono al comando d’armata dei plenipotenziari austriaci per chiedere l’immediata sospensione delle ostilità. Non tutti gli obiettivi erano stati raggiunti; bisognava guadagnare tempo. Il comando d’armata disse di non avere il potere di intavolare una trattativa e che si sarebbe informato su chi avrebbe avuto questa facoltà. Nel frattempo gli austriaci venivano condotti altrove. Le trattative partirono a rilento e si conclusero il giorno 3 novembre a Villa Giusti. Le azioni militari sarebbero state sospese alle 15 del 4 novembre. C’era il tempo per arrivare al Brennero e per occupare Trieste dove sbarcarono i bersaglieri dell’undicesimo reggimento. La mattina del quattro novembre per le strade di Roma c’era un gran fermento. La notizia della Vittoria si andava rapidamente diffondendo e una gran massa di persone si radunò in Piazza del Quirinale sotto il balcone da cui apparve il re, preceduto dalla bandiera tricolore per annunciare la vittoria. Si concludeva così il nostro Risorgimento

 

Dopo il 4 novembre 1018

Nel biennio 19-20 ,il così detto biennio rosso ci fu un tentativo delle forze di sinistra di ripetere la rivoluzione bolscevica. Sembrava quasi una colpa aver combattuto e vinto; ma questa non era l’opinione della stragrande massa della popolazione. Nel 1921 si decise di onorare tutti i caduti, erano stati 650.000, tumulando nel Vittoriano, altare della Patria il corpo di un caduto ignoto. Nel duomo di Aquileia erano allineate undici bare. Una madre triestina che aveva perso il figlio in guerra e il cui corpo non era stato identificato fu prescelta per indicare quale bara doveva essere sepolta nel Vittoriano. Vestita di nero, con un velo che le copriva il volto passò lentamente davanti alle bare, quindi si inginocchiò davanti ad una di esse e la toccò con le mani restando in raccoglimento. Quella bara, deposta su un affusto di cannone, fu da un treno speciale trasportata da Aquileia a Roma. In tutte le stazioni accorreva una enorme quantità di gente; il treno veniva ricoperto di fiori mentre le persone si inginocchiavano togliendosi il cappello o velandosi i capelli. Le bandiere e i labari si inchinavano reverenti. Il feretro fu inumato con una grande cerimonia il 4 novembre 1921. Chi vuol rivivere questo episodio commovente ed edificante può vederlo su Yutube. Il Fascismo si impossessò del mito della vittoria edificando una miriade di monumenti in ricordo dei caduti. Tra le tante cose errate fatte dal regime, questa fu una di quelle giuste.

Nel secondo dopoguerra questa, che dovrebbe essere la nostra festa laica più importante fu soppiantata dalla festa della Liberazione del 25 aprile. Certamente l’epopea partigiana ha avuto un grande valore morale di riscatto dalla dittatura e dalla occupazione dello straniero. Dal punto di vista militare come è ovvio la forza preponderante fu messa in campo dagli eserciti alleati. Si trattò comunque anche di una guerra civile e molti di coloro che nel primo dopoguerra la festeggiavano erano stati però favorevoli all’occupazione a cui Trieste fu sottoposta dalle milizie di Tito. Questa festa in tono minore fu soppressa nel 1977 a causa della seconda crisi petrolifera e della conseguente austerità, ma in realtà non ci fu mai il desiderio di festeggiarla con l’orgoglio con cui l’otto maggio gli Alleati celebrano la vittoria sulla Germania Nazista.

 

Il 4 maggio oggi a cento anni di distanza

Questa mattina la festa della Vittoria è stata celebrata a Trieste in Piazza dell’Unità d’Italia di fronte al Capo dello Stato e alle più alte autorità civili e militari. Al molo era attraccata accanto alla nave San Marco, la nuova fregata Luigi Rizzo che porta il nome dell’eroe. Nella Piazza sfilava un gruppo di militari in rappresentanza dell’Esercito, dei Carabinieri, dell’Aeronautica e della Marina. Per ultimi a passo di corsa i bersaglieri dell’undicesimo reggimento che cento anni fa erano stati i primi a mettere i piedi sul suolo di Trieste, e mentre risuonavano le note dell’inno nazionale in cielo sfrecciava la pattuglia acrobatica tricolore. Mi auguro che non si debbano attendere altri cento anni per vivere una simile cerimonia.

 

 

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