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Gli effetti negativi della crisi: la societa’ italiana sempre piu’ classista, i ricchi sempre piu’ ricchi ed i poveri sempre piu’ poveri.

di Nicola Primavera

 

 

Gli effetti negativi della crisi: la societa’ italiana sempre piu’ classista, i ricchi sempre piu’ ricchi ed i poveri sempre piu’ poveri.


Gli effetti negativi della crisi: la societa’ italiana sempre piu’ classista, i ricchi sempre piu’ ricchi ed i poveri sempre piu’ poveri. Nei giorni decisivi per la formazione del nuovo governo Conte, con il confronto politico e programmatico tra M5S, PD e LeU, l’EUROSTAT cioè l’agenzia statistica dell’Unione Europea ha provveduto a rendere noto alcuni dati significativi circa le conseguenze per la nostra società della crisi economica iniziata nel 2007 e ben lungi dall’essere considerata superata se è vero che attualmente tutti gli indicatori statitici ed economici ci dicono che siamo in piena fase di recessione produttiva e stagnazione economica. La conclusione della ricerca di Eurostat è data dalla polarizzazione della società italiana con i ricchi sempre più tali ed i poveri sempre più poveri e con una grande diseguaglianza sociale che è la vera emergenza del nostro Paese, di cui, però, non c’è assolutamente traccia nel programma del nuovo governo “giallo-rosso”. Del resto sono in aumento i casi in cui neanche più lo stipendio mette al riparo i lavoratori e le loro famiglie dai problemi economici. I dati sono impietosi. Un lavoratore su 8 guadagna così poco da essere a rischio povertà, con una percentuale, a questo riguardo, che è passata dal 9,1% del 2009 all’11% del 2018. E’ la popolazione lavoratrice giovanile a guadagnare sempre meno: è a rischio povertà il 13% dei lavoratori tra i 20 e i 29 anni (tale percentuale nel 2017 era del 12,4%) e tale condizione ci pone nella sgradevole condizione che peggio di noi, come paese, stanno soltanto la Romania e la Spagna. Ed inoltre c’è da considerare a rischio povertà una parte enorme della popolazione italiana e cioè 16,4 milioni, il 27,3%, che ha un reddito inferiore al 60% del livello medio nazionale, mentre sono 1,8 milioni le famiglie in povertà assoluta per un totale di cinque milioni di individui, l’8,4% della popolazione.

 

E c’era chi aveva detto che era stata “abolita la povertà”….

A questo quadro problematico e drammatico fa riscontro, sempre secondo le cifre fornite da Eurostat, che il 10% della popolazione più ricca possiede un quarto del reddito totale nazionale, cioè della ricchezza, quindi il 25% con un sensibile aumento rispetto al 23,8% di dieci anni fa.

Proprio in questi giorni il nuovo governo sta elaborando il documento di programmazione economica e finanziaria da presentare all’Unione Europea per evitare l’aumento letale dell’iva, reperire le risorse per alleggerire il fisco nei confronti dei lavoratori e dei pensionati e per delineare un serio programma di investimenti pubblici in infrastrutture, una nuova politica industriale ed interventi sociali per i soggetti deboli. Ed è grande la discussione su come e dove reperire le risorse per delineare un credibile programma di interventi fatto non solo di tagli ma anche di corposi investimenti in grado di avviare la “ripartenza”del ciclo produttivo. Personalmente penso che buona parte di questo mezzi finanziari debbano pervenire da quel 10% della popolazione che possiede un quarto della ricchezza nazionale e che ha visto sensibilmente aumentare il proprio tenore di vita.

Con quale mezzo? Io credo con una seria imposta patrimoniale, così come qualche tempo fa ha chiesto il segretario nazionale della CGIL Maurizio Landini. Anche se nel recente incontro con il governo mi pare che questa idea sia stata lasciata un po' cadere anche dal sindacato. E del resto il neo ministro dell’Economia Gualtieri, nei giorni scorsi, andando a Bruxelles ha tenuto subito a rassicurare i burocrati dell’UE e cioè che la patrimoniale non è assolutamente tra i programmi del nuovo governo.

Di Nicola Primavera

 

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