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Paventata abolizione della democrazia

di Alessandro D'Ascanio

Paventata abolizione della democrazia

Il candido maître à penser del Movimento Cinquestelle, visionario futurologo per eredità paterna, nei ritagli di tempo sottratti alla “roussoviana” attività di lottizzazione delle nomine delle grandi aziende di Stato, aggiunge una perla teorica al florilegio di madornali castronerie sedicenti avveniristiche che dovrebbero caratterizzare l’Eden tecnologico degli anni, e decenni, a venire: l’abolizione secca del Parlamento - la sacra Istituzione della Liberaldemocrazia garante della sovranità popolare - a vantaggio di una fantomatica ed egualitaria partecipazione delle masse all’esercizio del potere per il tramite di anonimi click su portali telematici a servizio del pubblico di utenti.

In tempi di regnante semplificazione, sarebbe forse anacronistico, magari pretenzioso, ma non del tutto inutile, tratteggiare un sunto scolastico di lungo periodo di storia del pensiero politico - dall’antichità a Tocqueville - per delineare l’approdo della civiltà occidentale alla democrazia rappresentativa, enucleandone i sui tratti istituzionali fondamentali e ricordandone le sue imprescindibili funzioni, non nascondendone peraltro limiti e difficoltà.

Che miserabile sistema politico sarebbe quello incardinato su brutali ordalie telematiche aizzate ad arte su temi immessi nell’agenda politica da oligarchie, opache e autoreferenziali, al solo fine di sviare, condizionare, suscitare subdolamente quella sola parte del corpo elettorale disposta a lasciarsi irretire in un gioco di apparente e inebriante esercizio della sovranità - mediante la brutale, rozzamente riduttiva e plebiscitaria espressione di assensi e dissensi - lontana anni luce dalla possibilità non solo di incidere nel vivo delle questioni, ma finanche di comprenderle a fondo, di renderle evidenti per l’opinione pubblica attraverso una discussione di merito complessa, ma necessaria.

Senza la mediazione di corpi intermedi capaci di dare voce a tutta la ricchezza plurale della società e al vario articolarsi dei suoi interessi; senza la presenza di partiti in grado di aggregare tali interessi e armonizzarli in una visione del paese e in una proposta di governo; senza un confronto sociale serrato tra imprenditori e lavoratori; senza l’espressione peculiare delle articolazioni territoriali della Repubblica; senza la insostituibile mediazione di una classe dirigente, inevitabilmente rappresentativa, non esisterebbe più democrazia, resterebbe solo una forma di autoritarismo demagogico.

Due facili obiezioni potrebbero essere mosse tuttavia: si tratta solo di affermazioni paradossali, di svagate e brillanti provocazioni destinate a cadere nel vuoto. Ma che cosa sarebbe accaduto se, ad esempio sotto la presidenza della Repubblica di Alessandro Pertini, un rappresentante di una forza politica presente in Parlamento avesse avuto l’ardire di dichiararsi favorevole all’abolizione dello stesso, seppur in un indeterminato futuro? E l’altra: stante la politica irreparabilmente corrotta, ogni alternativa, anche la più strampalata e irreale, acquisirebbe legittimità.

Ora, la discussione sulla “riforma della politica” deve certo poter animarsi in un contesto di libertà di espressione, ma logorare il discorso pubblico con ipotesi strampalate aliene da ogni logica di base e palesemente stridenti con lo sviluppo storico della democrazia italiana non contribuisce certo a realizzare quella trasformazione del paese decantata a parole dai movimenti populisti.

 

di Alessandro D'Ascanio

 

 

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